Hajime Moriyasu
Hajime Moriyasu
Hajime Moriyasu aspetta.
Lo fa anche adesso.
Resta immobile mentre tutto il resto dello stadio ha già cominciato a muoversi. I giocatori in maglia gialla stanno correndo verso la bandierina del calcio d'angolo. Quelli in blu sono rimasti dove li ha sorpresi il gol. Qualcuno è seduto sull'erba. Qualcuno guarda il tabellone. Nessuno parla.
Moriyasu no.
Ha le mani lungo i fianchi. La giacca blu è ancora perfettamente chiusa. Nella tasca interna c'è il piccolo quaderno nero che ha aperto durante tutta la partita, sempre negli stessi momenti, sempre con gli stessi gesti. Adesso non lo tocca.
Aspetta.
Passano pochi secondi.
Poi l'arbitro fischia tre volte.
Solo allora si mette in cammino.
Attraversa lentamente l'area tecnica, supera la panchina, percorre la linea laterale fino alla curva occupata dai tifosi giapponesi. Da più di novanta minuti non hanno smesso di cantare. Non smettono nemmeno adesso.
Moriyasu si ferma davanti a loro.
Tiene i piedi uniti.
Le braccia dritte lungo i fianchi.
Poi piega il busto.
Non è un semplice saluto.
In Giappone esistono molti modi di inchinarsi. Quello che sceglie si chiama saikeirei. È il gesto che si riserva alle scuse più profonde. A un debito che non può essere restituito. A una responsabilità che non può essere condivisa.
Rimane piegato qualche secondo.
Quando si rialza, il volto è identico a quello con cui era arrivato allo stadio.
Da anni, fuori dal Giappone, quella faccia gli ha procurato un soprannome.
Poker Face.
È il genere di nome che si dà alle persone quando non si riesce a capire cosa stiano provando.
Nessuno, quella sera, fa caso ai pochi secondi che Moriyasu lascia passare prima di muoversi.
Sono appena tre o quattro.
Per capire perché, bisogna tornare molto lontano da Houston. In un Giappone dove il calcio era ancora uno sport delle fabbriche, e a un bambino che ripeteva sempre la stessa parola ai compagni prima ancora che la partita cominciasse.
«Matte.»
Aspetta.
Hajime Moriyasu nasce il 23 agosto 1968, a Nagasaki.
Fuori dal Giappone, quel nome continua a evocare soprattutto un giorno: il 9 agosto 1945.
Dentro il Giappone, invece, Nagasaki è anche altro. È un porto affacciato sul mare della Cina orientale. È una città di colline troppo ripide per essere attraversate in linea retta. È un luogo dove le case sembrano costruite una sopra l'altra e dove, per secoli, sono passate quasi tutte le influenze straniere entrate nel Paese.
Quando Moriyasu nasce, la guerra è finita da ventitré anni.
Sono abbastanza perché una città ricominci a vivere.
Non abbastanza perché dimentichi.
Nessuno sa davvero quanto un bambino erediti il tempo in cui nasce.
Sappiamo però che il Giappone della sua infanzia era un Paese che aveva imparato a diffidare dello spreco.
Sprecare il denaro.
Sprecare le parole.
Sprecare il tempo.
Perfino il calcio, allora, sembrava vivere secondo questa regola.
Non era ancora lo sport che avrebbe riempito gli stadi durante i Mondiali. Restava ai margini della cultura popolare, dietro il baseball, il sumo e le arti marziali. Le squadre appartenevano alle aziende prima ancora che alle città. Si giocava per la Mitsubishi, per la Yanmar Diesel, per la Mazda. Il professionismo sarebbe arrivato soltanto molti anni dopo.
Moriyasu cresce dentro quel calcio.
La sua famiglia si trasferisce presto a Hiroshima, dove il padre trova lavoro. Anche qui, fuori dal Giappone, il nome della città sembra appartenere più alla storia che alla geografia. Per lui, invece, Hiroshima è semplicemente il posto in cui diventa grande.
I campi su cui comincia a giocare sono di terra battuta. Prima degli allenamenti ci si inchina all'allenatore. Alla fine ci si inchina di nuovo. Non è un gesto solenne. È il modo in cui si riconosce che il tempo trascorso insieme ha avuto un valore.
Moriyasu non è il ragazzo più forte.
Non è il più veloce.
Non è quello che gli osservatori indicano come un futuro professionista.
Chi ha giocato con lui ricorda soprattutto un'altra cosa.
Parlava poco.
Osservava molto.
E ripeteva sempre la stessa parola.
«Matte.»
Aspetta.
La diceva ai compagni quando stavano per uscire in pressione troppo presto. La diceva prima di un passaggio affrettato. La diceva perfino durante le partitelle di allenamento, quando nessuno avrebbe rimproverato un errore.
Aspetta.
È una parola semplice.
In giapponese la usano i genitori con i figli, gli insegnanti con gli studenti, gli amici tra loro.
Nel calcio, però, significa qualcosa di diverso.
Vuol dire credere che una partita non appartenga a chi si muove per primo.
Appartenga a chi riconosce il momento giusto per farlo.
Molti anni dopo, guardando giocare le sue squadre, quel bambino sarebbe tornato continuamente in campo.
Solo che, allora, quasi nessuno se ne sarebbe accorto.
Quando Hajime Moriyasu comincia a giocare seriamente a calcio, nessuno pensa che diventerà un professionista.
Non è il più forte della sua squadra.
Non è il più veloce.
Non è nemmeno quello che prova le giocate più difficili.
Anni dopo, chi ha condiviso con lui quei campi di terra battuta ricorderà quasi sempre la stessa cosa.
Era difficile sorprenderlo mentre sbagliava.
Non perché fosse prudente.
Perché sembrava avere un rapporto diverso con il tempo.
Gli altri rincorrevano la partita.
Lui aspettava che la partita arrivasse da lui.
Giocava da difensore centrale, poi da centrocampista davanti alla difesa. Due ruoli che chiedono soprattutto una qualità: vedere quello che succederà qualche secondo prima degli altri.
Moriyasu non anticipava per aggredire.
Anticipava per non dover rincorrere.
Anche il pallone sembrava passare sempre dallo stesso numero di tocchi. Controllo. Passaggio. Controllo. Passaggio.
Mai uno in più.
Mai uno in meno.
Era un calcio quasi invisibile.
I compagni parlavano di talento.
Gli allenatori parlavano di affidabilità.
Sono due modi molto diversi di guardare un giocatore.
I tifosi ricordano quasi sempre il primo.
Gli allenatori costruiscono le squadre partendo dal secondo.
Nel 1987, a diciotto anni, la Mazda gli offre un posto nella propria squadra aziendale.
Non un contratto da professionista.
Un posto.
È una differenza che oggi sembra soltanto linguistica. All'epoca raccontava un intero Paese.
Il calcio giapponese viveva ancora dentro le aziende. La mattina si lavorava. Il pomeriggio ci si allenava. Lo stemma sulla maglia coincideva con il marchio stampato sulle automobili, sui macchinari, sui motori prodotti dalla fabbrica.
Prima si apparteneva all'azienda.
Poi alla squadra.
Moriyasu non ha mai raccontato quegli anni con nostalgia.
Li ha raccontati come si racconta un apprendistato.
Imparò a lavorare prima ancora che a fare il calciatore.
A rispettare gli orari.
Le gerarchie.
Le responsabilità.
Quando, qualche anno dopo, sarebbe diventato capitano, nessuno nel club ne parlò come di una sorpresa.
Non era il giocatore più spettacolare.
Era quello che, quando una partita diventava caotica, continuava a prendere la decisione successiva con la stessa calma della prima.
Nel 1993 il calcio giapponese cambia pelle.
Nasce la J.League.
Le squadre smettono di chiamarsi come le aziende e cominciano ad appartenere alle città.
La Mazda diventa il Sanfrecce Hiroshima.
Per molti è una semplice riforma sportiva.
Per Moriyasu è qualcosa di più.
È la prima volta che vede il calcio giapponese smettere di prepararsi al futuro e cominciare, finalmente, a viverlo.
Hajime Moriyasu smette di giocare nel 2003.
Ha trentaquattro anni.
La sua carriera è stata buona.
Mai straordinaria.
Ha vinto poco, ha giocato in nazionale senza diventarne il simbolo, è stato quasi sempre il giocatore di cui gli allenatori si fidavano più di quanto si accorgessero i tifosi.
Quando appende gli scarpini al chiodo non lascia il Sanfrecce Hiroshima.
Semplicemente cambia posto.
Dalla panchina sale in tribuna.
Dallo spogliatoio entra negli uffici.
Passa gli anni successivi a seguire corsi federali, prendere le licenze, osservare allenamenti. Non sembra avere fretta di diventare capo allenatore.
Ancora una volta, aspetta.
Nel 2010 il Sanfrecce affida la squadra a Mihajlo Petrović.
Croato di nascita, serbo di formazione calcistica, Petrović arriva in Giappone con un'idea di calcio molto diversa da quella che il campionato aveva conosciuto fino a quel momento.
La difesa a tre.
Gli esterni che cambiano continuamente altezza.
I centrocampisti che occupano spazi diversi a seconda del lato del pallone.
La struttura della squadra che si modifica senza cambiare identità.
Moriyasu diventa il suo vice.
Per due stagioni gli siede accanto.
Petrović parla molto.
Moriyasu quasi mai.
Uno interrompe continuamente gli allenamenti.
L'altro prende appunti.
Uno corregge.
L'altro osserva.
Molti anni dopo, le telecamere avrebbero imparato a cercare quel piccolo quaderno nero ogni volta che il Giappone giocava una partita importante.
Qualcuno avrebbe immaginato che contenesse schemi.
Qualcun altro formule.
Probabilmente conteneva soprattutto domande.
Perché Moriyasu non ha mai avuto il talento di inventare il calcio.
Ha avuto quello, molto più raro, di capire quali idee meritassero di essere conservate.
Quando Petrović lascia Hiroshima, alla fine del 2011, il Sanfrecce sorprende tutti.
Non sceglie un allenatore più famoso.
Non cerca un nome europeo.
Promuove il suo assistente.
Moriyasu ha quarantatré anni.
Non ha mai allenato una prima squadra.
Il suo primo discorso dura pochi minuti.
Non promette titoli.
Non promette spettacolo.
Dice soltanto che gli errori saranno suoi.
I meriti apparterranno ai giocatori.
Poi consegna il pallone.
L'allenamento comincia.
L'anno successivo il Sanfrecce vince la J.League.
Poi la rivince.
E poi ancora.
Da fuori sembra che Moriyasu abbia semplicemente continuato il lavoro di Petrović.
In realtà aveva fatto qualcosa di molto più difficile.
Aveva preso un calcio costruito per sorprendere gli avversari e lo aveva trasformato in un calcio costruito per dare certezze ai propri giocatori.
È qui che nasce davvero Hajime Moriyasu.
Non il tattico.
Non il commissario tecnico.
L'allenatore.
Quello che, prima di chiedere ai suoi come attaccare una partita, avrebbe sempre cercato di capire come farli sentire dentro la partita.
Il tempo
Per molto tempo Hajime Moriyasu è stato descritto come un allenatore prudente.
È una definizione comoda.
E, come succede spesso con le definizioni comode, racconta solo una parte della storia.
Le sue squadre difendono basse più di molte altre.
Accettano di restare senza pallone.
Rinunciano volentieri al controllo della partita.
Ma osservandole meglio ci si accorge che non stanno aspettando perché hanno paura.
Stanno aspettando perché cercano qualcos'altro.
Il tempo.
Moriyasu non ha mai pensato che una partita si decidesse nello spazio.
Ha sempre creduto che si decidesse nel momento.
C'è una differenza sottile.
Lo spazio appartiene alla tattica.
Il momento appartiene al giudizio.
Per questo i suoi allenamenti parlano molto meno di schemi di quanto si immagini. I giocatori raccontano esercitazioni ripetute fino a diventare naturali, rotazioni continue, cambi di posizione, uomini che imparano a occupare tre o quattro ruoli diversi senza modificare il comportamento della squadra.
Moriyasu usa spesso una parola.
Yakusoku.
La traduzione più immediata è «promessa».
Ma non restituisce fino in fondo il significato che assume dentro uno spogliatoio.
Una promessa non è un ordine.
Un ordine funziona finché qualcuno controlla che venga eseguito.
Una promessa continua a esistere anche quando nessuno guarda.
È questo che Moriyasu chiede ai suoi giocatori.
Non di occupare una zona del campo.
Di mantenere un impegno preso con gli altri dieci.
Così la difesa a tre smette di essere un modulo.
Diventa un linguaggio.
Gli esterni possono abbassarsi.
I centrocampisti possono allargarsi.
Le mezze punte possono rincorrere fino alla propria area.
La struttura cambia continuamente.
La squadra, invece, resta sempre la stessa.
Quando il Giappone passa dal 4-2-3-1 al 3-4-2-1, in Europa molti leggono quella scelta come un adattamento tattico.
Probabilmente è il contrario.
Moriyasu non cambia sistema per cambiare le partite.
Cambia sistema per conservare un'idea.
Vuole che i suoi giocatori riconoscano sempre lo stesso calcio, anche quando cambiano le posizioni.
È una forma di continuità che nasce molto prima della tattica.
Nasce dal ragazzo che preferiva sbagliare una giocata in meno piuttosto che una di troppo.
Dal centrocampista che anticipava per non dover rincorrere.
Dall'assistente che passava gli allenamenti a prendere appunti invece di interromperli.
Tutto, nella sua carriera, sembra andare nella stessa direzione.
Ridurre il numero delle decisioni impulsive.
Lasciare che la partita maturi.
Aspettare il momento in cui il calcio diventa improvvisamente semplice.
Per anni quel metodo funziona quasi sempre.
Il Sanfrecce Hiroshima vince tre campionati.
La nazionale giapponese diventa una delle più organizzate del mondo.
Sempre più giocatori arrivano nei grandi campionati europei.
Per la prima volta il Giappone smette di presentarsi ai tornei con il desiderio di essere rispettato.
Comincia a pretendere di poter vincere.
Manca ancora una cosa.
Capire se quel metodo possa funzionare anche contro chi, fino a quel momento, era sembrato irraggiungibile.
La risposta arriva in Qatar.
E comincia con una squadra che, per quasi un secolo, aveva insegnato al mondo cosa significasse vincere una partita di calcio.
La Germania.
Doha
Il 23 novembre 2022 il Giappone affronta la Germania.
Per quasi tutti è una partita già scritta.
La Germania arriva in Qatar con il peso di una tradizione che il Giappone non ha mai posseduto. Ha vinto quattro Mondiali, ha costruito parte della storia del calcio europeo, continua a essere una di quelle nazionali che sembrano appartenere a un livello diverso, anche quando attraversano un momento di difficoltà.
Il Giappone, invece, è ancora la squadra disciplinata.
Quella che gioca bene.
Quella che corre.
Quella che, prima o poi, perderà.
Dopo mezz'ora il pronostico sembra rispettato.
İlkay Gündoğan trasforma un rigore.
La Germania continua a tenere il pallone.
Il Giappone continua ad aspettare.
Guardando quella partita senza sapere come andrà a finire, si potrebbe pensare che Moriyasu stia semplicemente rinunciando a giocare.
È quello che molti pensano.
In realtà sta aspettando un'altra partita.
Perché nessuna squadra mantiene la stessa intensità per novanta minuti.
Nemmeno la Germania.
Moriyasu non vuole contendere il possesso ai tedeschi.
Vuole contendere loro il momento in cui la partita cambierà.
Quando arriva l'intervallo non modifica il piano.
Modifica gli uomini.
Entrano Ritsu Dōan.
Poi Takuma Asano.
Il sistema resta quasi identico.
Cambia il momento in cui il Giappone decide di aggredire.
Al settantacinquesimo minuto Dōan pareggia.
Otto minuti dopo Asano controlla un pallone che sembra troppo difficile anche solo da immaginare, resiste a Niklas Süle e calcia sotto la traversa.
Due a uno.
Per il resto del mondo è una sorpresa.
Per Moriyasu è la dimostrazione che il tempo può essere allenato quanto un movimento senza palla.
Cinque giorni dopo il Giappone perde con la Costa Rica.
Le critiche sono immediate.
I cambi sono arrivati tardi.
La squadra ha aspettato troppo.
Moriyasu ascolta tutto.
Poi dice soltanto una frase.
«La responsabilità è mia.»
Non cambia nulla.
Contro la Spagna ripropone lo stesso principio.
Aspetta.
Morata porta avanti gli spagnoli.
Il Giappone continua a restare dentro la partita.
Poi, ancora una volta, arriva quel momento quasi invisibile che Moriyasu sembra cercare da tutta la vita.
La Spagna rallenta.
Il Giappone accelera.
Dōan pareggia.
Tanaka segna il gol che il VAR impiega minuti a convalidare.
Il pallone di Mitoma sembra uscito.
Sembra.
Per pochi millimetri è ancora in campo.
Il Giappone chiude il girone davanti a Spagna e Germania.
Per la prima volta nella sua storia non sorprende il mondo.
Lo costringe a rivedere il proprio giudizio.
Fino a quel momento il metodo di Moriyasu sembra avere una risposta per tutto.
Sa aspettare.
Sa colpire.
Sa soffrire.
Sa cambiare una partita senza cambiare se stesso.
È proprio questo che rende così difficile capire ciò che accadrà pochi giorni dopo.
Perché la Croazia non gli chiederà di essere paziente.
Gli chiederà di fare una cosa che non aveva mai imparato.
Tradire il proprio metodo.
La prima volta
Il calcio ha un modo curioso di mettere alla prova le idee.
Non le smentisce.
Le porta fino al loro limite.
La Croazia è quel limite.
Per un'ora la partita sembra appartenere al Giappone.
Non nel possesso del pallone.
Nel ritmo.
La squadra di Moriyasu accetta ancora una volta di aspettare. Difende senza rincorrere. Chiude il centro del campo. Costringe la Croazia a giocare dove vuole lei.
Alla fine del primo tempo Daichi Maeda porta il Giappone in vantaggio.
È il momento che Moriyasu ha preparato per tutta la settimana.
L'avversario è costretto a cambiare.
La partita deve aprirsi.
È successo contro la Germania.
È successo contro la Spagna.
Potrebbe succedere ancora.
La differenza è che, questa volta, il Giappone è davanti.
E quando una squadra passa dal rincorrere al difendere un vantaggio, anche le domande cambiano.
Ivan Perišić pareggia all'inizio della ripresa.
Da quel momento la partita smette di appartenere a chi l'aveva immaginata.
Diventa una partita croata.
Non perché la Croazia giochi meglio.
Perché riesce a rallentarla.
Ogni rimessa laterale dura qualche secondo in più.
Ogni fallo interrompe il ritmo.
Luka Modrić sembra giocare dentro un orologio diverso da quello degli altri.
Il tempo, per la prima volta nel torneo, non è più un alleato del Giappone.
Eppure, proprio mentre la partita entra nei supplementari, Moriyasu ha ancora in campo i giocatori che hanno cambiato il Mondiale della sua squadra.
Mitoma.
Dōan.
Sono loro ad aver ribaltato la Germania.
Sono loro ad aver piegato la Spagna.
Sono i calciatori che trasformano l'attesa in accelerazione.
Al centocinquesimo minuto li richiama entrambi.
Entrano giocatori più adatti a difendere.
Più adatti a resistere.
La scelta, presa da sola, non ha nulla di irrazionale.
Molti allenatori avrebbero fatto lo stesso.
Perché i rigori sembrano il modo più sicuro per lasciare una partita aperta.
Il punto è un altro.
Per quattro partite Moriyasu aveva insegnato ai suoi che aspettare non significava rinunciare.
Significava scegliere il momento in cui colpire.
Quella sera, invece, aspetta senza cercare più quel momento.
È una differenza piccola.
Ma cambia tutto.
I rigori arrivano quasi come una formalità.
Il Giappone ne sbaglia tre.
Dominik Livaković ne para tre.
La Croazia passa.
Moriyasu no.
Le immagini fanno il giro del mondo.
I giocatori restano a lungo seduti sull'erba.
I tifosi continuano a cantare.
Lui attraversa il campo in silenzio.
Poi si ferma davanti alla curva.
E si inchina.
Fuori dal Giappone quel gesto viene raccontato come un esempio di dignità nella sconfitta.
Lo è.
Ma forse racconta anche altro.
Forse è il primo momento in cui Hajime Moriyasu capisce che il metodo che aveva costruito per tutta una vita, proprio quello che aveva portato il Giappone fin lì, non gli aveva impedito di perdere la partita più importante.
Non lo dice.
Non lo dirà mai.
Moriyasu non appartiene alla categoria degli allenatori che trasformano le sconfitte in confessioni.
Le porta con sé.
È possibile che Houston cominci proprio qui.
Non nel gol di Martinelli.
Ma nella notte di Doha.
Perché ci sono partite che finiscono al triplice fischio.
E altre che continuano a essere giocate, in silenzio, per anni.
Houston
Quattro anni dopo Doha, il Giappone arriva al Mondiale più forte della propria storia.
Per la prima volta non parte per sorprendere.
Parte per competere.
Quasi tutti i titolari giocano nei principali campionati europei. Il blocco costruito da Moriyasu è rimasto lo stesso, ma i giocatori sono cresciuti dentro un calcio diverso. Hanno imparato a convivere con il pressing della Premier League, con il ritmo della Bundesliga, con la tecnica della Liga. Non hanno più bisogno di convincersi di appartenere a quel livello.
Devono soltanto dimostrarlo.
Agli ottavi trovano il Brasile.
Per un tempo il piano funziona.
Il Giappone difende con ordine.
Recupera palloni.
Riparte.
Segna.
È la partita che Moriyasu aveva immaginato.
Poi succede qualcosa di familiare.
Il Brasile aumenta il ritmo.
Il Giappone si abbassa.
Moriyasu cambia.
Entrano difensori.
Escono i giocatori più capaci di portare la squadra lontano dalla propria area.
Non è una scelta inspiegabile.
È la stessa scelta che aveva già fatto quattro anni prima.
Solo che, questa volta, la conosciamo già.
Il pareggio arriva.
Poi arriva l'assedio.
Infine, al novantacinquesimo minuto, Martinelli trova il gol.
Il Brasile passa.
Il Giappone no.
Nella conferenza stampa Moriyasu dice poche parole.
«Avrei potuto gestire meglio i cambi.»
È una frase semplice.
Ma, per chi ha seguito tutta la sua carriera, pesa più di molte conferenze stampa.
Perché Moriyasu non ha mai appartenuto alla categoria degli allenatori che spiegano le sconfitte.
Ha sempre preferito assumerle.
Anche questa volta.
Eppure, forse, la cosa più importante non succede davanti ai microfoni.
Succede qualche minuto prima.
Davanti alla curva.
Moriyasu aspetta che lo stadio cambi rumore.
Poi cammina verso i tifosi.
Si ferma.
Si inchina.
È lo stesso gesto che il mondo aveva già visto dopo la Croazia.
Ma questa volta non sembra chiedere soltanto perdono.
Sembra riconoscere qualcosa.
Che un metodo può portarti molto lontano.
Abbastanza lontano da cambiare la storia del calcio del tuo Paese.
Ma non abbastanza lontano da impedirti di perdere proprio a causa della sua parte migliore.
È una contraddizione che appartiene a quasi tutti i grandi allenatori.
Le idee che li rendono riconoscibili sono spesso le stesse che, prima o poi, li condannano.
Sacchi non smise mai di alzare la linea difensiva.
Guardiola non smise mai di cercare superiorità attraverso il pallone.
Bielsa non smise mai di accettare il rischio.
Moriyasu non smise mai di aspettare.
Forse è per questo che, tornando all'inizio della sua storia, quel bambino che ripeteva «matte» ai compagni continua a sembrarci così vicino all'uomo che si inchina a Houston.
Tra quei due momenti sono passati quasi sessant'anni.
Sono cambiati i campi.
Le città.
I compagni.
I moduli.
Perfino il calcio giapponese è diventato qualcosa che, nel 1968, sarebbe stato difficile immaginare.
C'è una sola cosa che non è mai cambiata.
Hajime Moriyasu ha sempre creduto che il momento giusto arrivasse a chi sapeva aspettarlo.
Per quasi tutta la vita, il calcio gli ha dato ragione.
Poi gli ha ricordato che esiste una differenza sottile tra aspettare il proprio momento e lasciarlo passare.
Forse è questa la distanza che separa gli ottimi allenatori da quelli che cambiano la storia.
O forse è soltanto il prezzo che si paga quando si resta fedeli a se stessi fino all'ultimo.
Moriyasu si rialza dall'inchino.
Si sistema la giacca.
Riprende a camminare.
Il piccolo quaderno è ancora nella tasca interna.
Non sappiamo cosa ci abbia scritto dentro.
È giusto così.
Ci sono uomini che affidano le proprie idee alle parole.
Altri preferiscono consegnarle al tempo.
Hajime Moriyasu è sempre stato uno di questi.
Moriyasu aspetta che il rumore dello stadio cambi.
Poi si incammina verso la curva.
I tifosi giapponesi continuano a cantare.
Lo hanno fatto per tutta la partita.
Lo fanno anche adesso, quando la partita non esiste più.
Si ferma davanti a loro.
Tiene i piedi uniti.
Le braccia lungo i fianchi.
Poi si inchina.
Rimane così qualche secondo.
Quando si rialza, si sistema istintivamente la giacca.
Con il palmo della mano sfiora la tasca interna, come per controllare che il piccolo quaderno sia ancora lì.
Non lo apre.
Non scrive.
Riprende a camminare.
Di quel quaderno non conosciamo quasi nulla.
Non sappiamo cosa annoti durante le partite.
Non sappiamo se, quella sera, abbia scritto qualcosa dopo il novantacinquesimo minuto.
Forse non importa.
Per tutta la vita Hajime Moriyasu ha cercato di preparare il momento giusto.
Da bambino, aspettando che i compagni rallentassero prima di chiedere il pallone.
Da centrocampista, scegliendo quasi sempre il passaggio più semplice invece di quello più difficile.
Da allenatore, convincendo una nazionale intera che anche il tempo potesse essere allenato.
Per anni il calcio gli ha dato ragione.
Poi, due volte, gli ha chiesto qualcosa di diverso.
Non di aspettare.
Di scegliere.
È possibile che la differenza sia tutta lì.
Ma le fotografie non possono raccontarla.
Le fotografie mostrano soltanto un uomo che si inchina davanti ai propri tifosi.
Il resto bisogna immaginarlo.
Come tutte le cose importanti.
Agli ottavi arriva la Croazia.
Il Giappone gioca una partita da "piccola". Segna al 43' con Maeda, un gol nato da una spizzata alta e da una gamba tesa dentro l'area. Subisce il pareggio al 55' con Perišić di testa. Per il resto della partita rinuncia a giocare.
Al 105' Moriyasu toglie Mitoma. Al 106' toglie Doan. Fa uscire i giocatori che gli avevano fatto vincere due partite e lascia in campo mediani e centrali. Aspetta i rigori.
Il Giappone ne sbaglia 3 su 4. Livaković ne para 3.
Una squadra capace di ribaltare la Germania e la Spagna nel secondo tempo, in entrambi i casi cambiando marcia dopo il vantaggio subito, avrebbe potuto provare a vincere anche contro la Croazia con lo stesso principio: quando l'avversario tira il fiato, tu spingi. Invece Moriyasu, quella sera, ha scelto di aspettare. Ha vinto la sua prudenza — ha portato i suoi ai rigori — e insieme ha perso. Perché ai rigori, i più freddi non sempre sono i più preparati.
Moriyasu quella sera, forse, ha sprecato la partita più bella della sua vita.
Dopo Croazia-Giappone, a Doha, va per la prima volta davanti alla curva. Fa il gesto che 4 anni dopo avrebbe rifatto a Houston: il saikeirei.
Fa il giro del mondo. Anche la stampa italiana ne scrive per giorni.
Era stato il primo saikeirei pubblico della sua carriera.
Non sarebbe stato l'ultimo. Ma prima di rifarlo, dovevano passare altri 4 anni.
Nel gennaio del 2024, all'Asian Cup in Qatar, il Giappone perde ai quarti con l'Iran. Jahanbakhsh su rigore a tempo scaduto. Il Giappone, dato per favorito del torneo, torna a casa senza medaglia. La federazione conferma Moriyasu. Lui, come al solito, non dice una parola né a chi vuole mandarlo via né a chi vuole difenderlo.
Comincia a preparare la qualificazione al Mondiale del 2026, quello nuovo, quello a 48 squadre. La sua nazionale fa la cosa che gli riesce meglio: vince quando nessuno guarda. Il Giappone si qualifica per primo al mondo, con due giornate di anticipo su chiunque altro. Girone asiatico dominato, l'Australia strapazzata in casa e in trasferta, l'Arabia Saudita che non riesce mai a tenere testa.
Ai giornalisti che gli chiedono conto di quella superiorità, Moriyasu risponde con la frase che dice sempre: è il gruppo, non lui. Ha ragione a metà.
Il quaderno è entrato nell'immaginario dei tifosi in questi anni. Lo tira fuori dalla tasca interna della giacca durante le partite, di solito prima di ogni cambio, e ci scrive dentro con una penna nera. Lo tiene obliquo verso il proprio corpo, in modo che nessuno da fuori possa leggere.
I tifosi sui social lo hanno battezzato Death Note, dal manga in cui uno studente scrive il nome di chi vuole vedere morto e questi muore. Il paragone è di cattivo gusto e Moriyasu non l'ha mai raccolto. Ma il quaderno è il luogo in cui prendono forma le decisioni che poi si vedranno sulla lavagnetta a bordo campo. Una lavagnetta con numeri grandi neri su fondo bianco, senza schemi, senza frecce, solo cifre. Numeri che assomigliano al soroban, l'abaco con cui i bambini giapponesi imparano l'aritmetica alla scuola elementare, e la somiglianza non è casuale. Moriyasu ha detto una volta, all'inviato di Number, che quando pensa a un cambio pensa in termini di somme, non di ruoli. Un uomo che entra, tre pesi che si spostano.
C'è un'altra cosa, e va detta perché aiuta a capire la contraddizione dell'uomo.
Prima di ogni partita internazionale, quando parte l'inno nazionale, il Kimigayo, Moriyasu piange. In rete lo chiamano Crying Coach. Lui, quando gli è stato chiesto perché, ha risposto che non è patriottismo, è responsabilità. Che quando canta l'inno pensa a quelli che ha lasciato in tribuna, a quelli che gli hanno affidato dei figli. Poi si asciuga con la mano destra, un movimento sempre uguale, mette la mano nella tasca della giacca dove c'è il quaderno, e la partita comincia. Impassibile per 93 minuti.
Anche questo, come il matte del bambino a Hiroshima, è Moriyasu.
Il matte che tornerà utile a Houston, con il conto da pagare.
Il 29 giugno 2026 il Giappone arriva a Houston da secondo del proprio girone, alle spalle dell'Olanda. Aveva pareggiato 2 a 2 con l'Olanda all'esordio, poi vinto 4 a 0 con la Tunisia, poi ancora pareggiato 1 a 1 con la Svezia.
Ai sedicesimi arriva il Brasile di Ancelotti, che aveva vinto il proprio girone davanti a Marocco e Scozia.
Se non qualche fan di Holly e Benji, nessuno dava una chance al Giappone.
Al 29' Danilo, a metà campo, sbaglia un appoggio corto verso Casemiro. Kaishu Sano — mediano di 26 anni del Mainz, uno di quelli che erano cresciuti negli ultimi due anni sotto lo sguardo di Moriyasu, dalla J.League alla Bundesliga senza rumore — intercetta il passaggio. Porta palla, supera Casemiro con un cambio di passo, entra in falcata dentro la trequarti. A 20 metri dalla porta apre il piede destro. Tiro basso. Il pallone passa la mano tesa di Alisson e finisce a fondo rete.
È il suo primo gol in nazionale.
Il primo tempo il Giappone lo gioca bene. Chiuso ma ordinato. Sano davanti alla difesa a tre di Tomiyasu, Taniguchi e Hiroki Itō. Doan e Nakamura sugli esterni. Kamada e Maeda tra le linee, dietro Ueda. All'intervallo, in tribuna stampa, la sensazione è che si possa fare. Che questa volta, forse, veramente si possa fare.
Nel secondo tempo Moriyasu commette una versione più estrema dell'errore che aveva già commesso contro la Croazia. Sceglie la trincea.
Tiene la squadra sui 35 metri. Dice ai suoi di aspettare. Trasforma il 3-4-2-1 in un 5-4-1 che, quando il Brasile tiene palla, sembra un 6-3-1.
Al 56' Casemiro pareggia. Colpo di testa in area su cross di Gabriel Magalhães dalla trequarti, di quelli che Casemiro sa fare come pochi altri centrocampisti al mondo. Suzuki arriva con la punta delle dita ma non tocca. 1 a 1.
Poi arrivano i cambi. Al 66' Moriyasu toglie Doan e Nakamura. Al posto dei suoi giocatori più tecnici — quelli capaci di uscire con la palla da un blocco basso — inserisce due difensori.
Da quel momento in poi il Brasile cresce e il Giappone si abbassa. Gli ultimi 20 minuti sono un assedio. Martinelli, entrato al 75', calcia da ogni angolo. Vinícius, che nel primo tempo era sembrato un giocatore in cerca di se stesso, per un istante torna quello di due anni prima e Suzuki deve allungarsi su un tiro che finisce sul palo. La porta giapponese resiste a stento.
Poi il 95'. Bruno Guimarães, in fase di rifinitura, guarda in mezzo, vede Martinelli che si stacca dal marcatore. Infila un filtrante di destro fra due centrali. Martinelli controlla di primo e calcia di sinistro sul secondo palo. Un tiro ad arco che trova l'angolo. 2 a 1.
Il Brasile va agli ottavi. Il Giappone torna a casa.
Moriyasu, in conferenza stampa, dice una frase che nessuno degli allenatori sconfitti dei Mondiali precedenti aveva detto in modo così secco. "Avrei potuto portare la squadra alla vittoria gestendo meglio i cambi. Rimpiango profondamente questa sconfitta." Non aggiunge altro. Non spiega. Non attribuisce responsabilità.
È un'ammissione di errore che in 22 anni di calcio da allenatore non aveva mai fatto. Letta dopo Doha, ha il peso di una firma. Perché è la stessa firma tattica-morale che aveva mostrato contro la Croazia, portata all'estremo con più anni sulle spalle e più paura di rivivere Doha.
Se a Doha la prudenza si era travestita da disciplina, a Houston si è travestita da paura.
Adesso Moriyasu si è rialzato dal suo secondo inchino. Torna verso il campo. Non guarda indietro verso la curva. Cammina con le mani lungo i fianchi, a passo lento.
Passa vicino a Nagatomo, 39 anni, il difensore che tutti hanno visto invecchiare all'Inter con Mancini e adesso al FC Tokyo, al suo quinto Mondiale — primo giapponese nella storia, primo asiatico in un torneo qualsiasi. Nagatomo è seduto sull'erba, le braccia intorno alle ginocchia, la maglia blu che gli è sfilata di lato lasciando vedere una spalla arrossata dalle scivolate. Non piange. Ha smesso di piangere qualche minuto fa. Sta guardando un punto imprecisato del prato, tra la sua scarpa sinistra e il cerchio del centrocampo.
Moriyasu si ferma un momento. Non gli parla. Non gli mette una mano sulla spalla. Non fa nessuno dei gesti che le telecamere si aspettano. Estrae dalla tasca interna della giacca il quaderno. Lo osserva un secondo. Poi lo chiude e lo rimette dentro, e con la mano schiaccia la stoffa sopra la tasca per farlo restare piatto. Riprende a camminare.
Nagatomo continua a fissare il prato. Fuori, sugli spalti, i tifosi giapponesi hanno cominciato a raccogliere i propri rifiuti dai sedili, uno alla volta, con i sacchetti azzurri che avevano portato apposta.
"Avrei potuto portare la squadra alla vittoria gestendo meglio i cambi. Rimpiango profondamente questa sconfitta."
- I resoconti delle partite Giappone-Germania, Giappone-Spagna, Giappone-Costa Rica e Giappone-Croazia del Mondiale del Qatar 2022, disponibili negli archivi FIFA+ (https://www.fifa.com/fifaplus).
- Per il Mondiale 2026, il match report ufficiale di FIFA sulla partita Brasile-Giappone del 29 giugno 2026, disputata a Houston (https://www.fifa.com/en/tournaments/mens/worldcup/canadamexicousa2026/articles/brazil-japan-review-highlights), le cronache di Al Jazeera del 29 giugno 2026 (https://www.aljazeera.com/sports/2026/6/29/martinelli-scores-late-as-brazil-beat-japan-2-1-enter-world-cup-last-16) e di ESPN sullo stesso match (https://www.espn.com/soccer/story/_/id/49216717).
- Le note di Bundesliga.com e Heavy.com sulla scheda del giocatore Kaishu Sano, autore del gol giapponese contro il Brasile.
- Il sito ufficiale della Japan Football Association per le note biografiche di Hajime Moriyasu e la cronologia delle sue nazionali (https://www.jfa.jp).
- Per il contesto sulla nascita della J.League e la trasformazione Toyo Kogyo/Mazda in Sanfrecce Hiroshima, il lavoro di Sebastian Moffett, Japanese Rules: Why the Japanese Needed Football and How They Got It, Yellow Jersey Press, 2002.
- Sul cosiddetto Miracolo di Miami del 1996 e sul contesto della nazionale olimpica giapponese di quegli anni, il documentario Japan's Miracle in Miami prodotto da NHK World.
- Sul contesto storico di Hiroshima e Nagasaki dal dopoguerra in poi, conoscenza generale storica e i lavori divulgativi disponibili sulla ricostruzione delle due città e sull'atmosfera dell'industria pesante nell'area del Chugoku negli anni sessanta e settanta.
- Sui rigori di Croazia-Giappone del 2022 e sull'analisi delle sostituzioni nel supplementare, i post-partita di The Athletic (https://www.nytimes.com/athletic) e ESPN (https://www.espn.com) del 5 e 6 dicembre 2022.
- Sull'Asian Cup 2023 (disputata a gennaio 2024) e sulle qualificazioni asiatiche al Mondiale 2026, note delle agenzie Kyodo News e Reuters.
- Sulla frase pronunciata da Moriyasu in conferenza stampa dopo Giappone-Brasile del 29 giugno 2026, resoconti di Kyodo News e Japan Times (https://www.japantimes.co.jp) del 30 giugno 2026.
- L'aneddoto della visita alla tomba di Wim Jansen a Crooswijk è mantenuto con formulazione cauta perché non trova conferma indipendente immediata al di là della sua circolazione fra i tifosi giapponesi.
- Oltre a conoscenza generale sul protagonista, sul calcio giapponese e sul contesto storico e culturale del Paese.














